Psicomotricità: cos’è, a cosa serve
Inizia oggi una raccolta di articoli pensieri e riflessioni tratti da manuali e dall’esperienza personale sul campo in merito alla pratica psicomotoria.
Il nostro obiettivo è, anche grazie a questa rubrica, quello di aiutare e sostenere i genitori e gli adulti nell’accompagnare i bambini e le bambine lungo un percorso di crescita che favorisca il loro benessere a partire dal loro principale modo di esprimersi ossia attraverso il gioco.
Iniziamo oggi con il primo articolo nel quale parleremo di cosa sia la psicomotricità e a che cosa serva.
Domanda: che cosa si intende per psicomotricità in ambito educativo?
La psicomotricità educativa e preventiva nasce in Francia a fine degli anni ’70 ad opera del professor Bernard Aucouturier e di altri colleghi in un’epoca nella quale stava avvenendo un’autoriforma della scuola, in cui si è iniziato a parlare di inclusione per i bambini con handicap, dove si inizia a spostare la centralità dal maestro al bambino e ci si inizia ad interrogare sulla centralità del corpo e sulla sua connessione imprescindibile con la mente. In questo contesto la psicomotricità educativa e preventiva è uno strumento coerente con il cambiamento di prospettiva, tanto che negli ultimi anni sta avendo molto riconoscimento e successo anche in Italia all’interno degli ambienti scolastici ed extra scolastici.
Essa è un’attività educativa che ha alla base una pedagogia aperta al bambino, soggetto che si sente libero di agire attraverso un dispositivo spaziale, materiale e temporale pensato da un adulto adeguatamente formato. In un percorso di psicomotricità al bambino non si insegna nulla: l’obiettivo cardine è permettergli di agire spontaneamente attraverso il gioco, che altro non è se non il modo di essere di ciascun bambino, ed inoltre gli si offre la possibilità di narrarsi e di narrare la sua storia dove il corpo in movimento e le sensazioni e le emozioni che emergono sono il punto cardine delle relazioni tra bambino e adulto, tra bambino e bambino.
Durante il mio lavoro da educatrice e da psicomotricista mi capita spesso di incontrare famiglie le quali si rivolgono alla sottoscritta per un possibile percorso di psicomotricità da far svolgere al proprio bambino su consiglio e indicazione da parte delle maestre e/o delle insegnanti. Nell’interagire e nel confrontarmi con madri e padri emerge come, il più delle volte, essi non sappiamo effettivamente cosa sia la psicomotricità e a cosa serva.
Le frasi che sento spesso pronunciare sono: “il mio bambino va a fare ginnastica”, “il mio invece fa psicomotricità perché è ancora presto per iscriverlo ad uno sport” e così via.
Questo perché pensiamo erroneamente alla psicomotricità associata alla ginnastica. Si pensa di correre, di saltare. Tuttavia, questa sarebbe motricità. La psicomotricità va ben oltre: è un modo di guardare e di capire l’infanzia, secondo il quale i bambini sono creature in movimento e in azione ed è attraverso ciò che essi possono esprimere tutto ciò che vivono.
Ecco allora Il desiderio di definire la psicomotricità educativa e preventiva come una disciplina che considera il bambino e il suo sviluppo in una dimensione totale capace di integrare e di sviluppare l’area motoria, cognitiva, affettivo-relazionale privilegiando il piacere del gioco spontaneo, del movimento, dell’azione e della relazione con l’altro, in un luogo, in un tempo e con degli oggetti semplici e specifici e con un adulto di riferimento prontamente formato capace di osservare e di cogliere la specificità di ogni singolo bambino.
Domanda: a cosa serve?
Grazie all’attività ludica spontanea ogni bambino ha la possibilità di fare esperienze di piacere che gli permettono di sviluppare progressivamente la propria personalità, di prendere consapevolezza dei propri punti di forza e dei propri limiti e di misurarsi con essi attraverso salti, rotolamenti, dondolamenti (area motoria) e di esprimere tutti i suoi stati d’animo del momento o che sta covando da tempo (area affettivo-emotivo) e di sperimentare la relazione con i pari attraverso delle modalità comunicative idonee che rispettano l’altro (area relazionale) e di scoprire e apprendere il mondo che li circonda (area cognitiva), poiché l’azione del bambino nella fascia 0-6 anni non è solamente un atto motorio meccanico ma comporta diversi aspetti cognitivi, emozionali e psicologici.
Concludendo in una seduta di psicomotricità:
- si considera il bambino come un attore principale che decide cosa fare e come farlo con un adulto che lo accompagna e lo sostiene
- si considera il bambino nella sua totalità e globalità come dualità tra corpo-mente
- lo si aiuta a collegare il movimento del corpo con l’emozione e la cognizione
- si lavora a partire dall’affettività e dalla sicurezza nelle relazioni
- lo si sostiene per costruire la sua identità
- lo si aiuta a sviluppare l’autostima e un’immagine di sé positiva
- si sostiene a livello emotivo nel conoscere e riconoscere le emozioni come le paure e i timori
- lo si aiuta a tollerare la frustrazione e la rabbia
- si promuove la risoluzione dei conflitti e la comunicazione
- si favorisce in lui la capacità di attesa
- si lavora sulle norme, sui limiti e sulle regole.